Feb 242017
 

Il digiuno è una pratica che fa parte delle più antiche tradizioni orientali e occidentali. Purtroppo si è persa con l’andare del tempo e con l’avvento dell’era industriale, ma da alcuni anni ha ripreso a destare interesse, soprattutto negli ambienti che si occupano di igienismo e di terapie naturali. E come per tante cose che sono o tornano di moda i pareri sono divisi: da una parte ci sono i convinti sostenitori del digiuno e dall’altra chi lo considera una pratica inutile e addirittura dannosa. Personalmente credo che sia importante contestualizzare. Il digiuno può portare tanti benefici, come conferma la testimonianza di un numero sempre crescente di persone che lo hanno sperimentato. Tuttavia, è essenziale che la modalità e il momento siano scelti in funzione del singolo individuo. Non c’è un solo modo di praticare il digiuno, lo si può attuare con tante sfumature diverse che ne determineranno la riuscita e il “come” lo si vive. Anche gli animali lo praticano in modo istintivo quando non stanno bene e così pure i bambini, dotati di un istinto molto più sviluppato di quello degli adulti. I bimbi sanno ascoltare il loro corpo, sanno quando hanno fame e quando è il momento di smettere di mangiare, con una precisione che arriva al boccone di troppo. Purtroppo siamo noi adulti che, per paura, per educazione ricevuta o per abitudine, li forziamo spesso a mangiare anche quando il loro corpo rifiuterebbe momentaneamente il cibo.

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Ci ho messo tanto tempo prima di riuscire a fare il mio primo digiuno. Sono molto legata alle mie abitudini, ai rituali, mi piace che le giornate siano scandite dalla preparazione dei pasti e quando li salto, beh, mi manca qualcosa. Inoltre avevo paura di sentirmi debole e di perdere peso. È stato un digiuno breve, durato solo qualche giorno, di cui conservo un ricordo strano, né bello né brutto, probabilmente perché nonostante ci avessi riflettuto a lungo non ho scelto il momento giusto per farlo. Così, ho accantonato per un po’ l’idea di ripetere l’esperienza, nonostante io creda che questa pratica abbia un profondo valore terapeutico. Combattuta tra il desiderio di riprovare e il timore che non avrei apprezzato l’esperienza continuavo a rimandare. Ho aspettato finché ho trovato una forma di digiuno che si addice, credo, alla mia costituzione (e calma le mie paure!). È il digiuno intermittente. Le persone che lo praticano scelgono in genere di non mangiare per un giorno a settimana o ogni 15 giorni. A me l’idea di non assumere niente di solido da mattina a sera crea un po’ di stress. Preferisco un digiuno “mascherato”, da fare ogni tanto, quando mi sento pronta, quando ne sento il bisogno, ma senza una precisa regolarità. Si tratta quindi di un digiuno molto flessibile e “dolce” ma per ora sufficiente a soddisfare la mia curiosità di provare e di osservare gli effetti di questa esperienza su di me. In pratica funziona così: il giorno in cui decido di iniziare faccio colazione e pranzo normalmente. Smetto di mangiare verso le 13 e non mangio nulla fino al pranzo del giorno seguente. All’inizio in realtà riprendevo con la colazione. Poi ho cercato di spostare la colazione sempre un po’ più tardi fino ad arrivare all’ora di pranzo e quindi di fatto salto la colazione e vado direttamente a pranzo. In complesso sono circa 18-20 ore di digiuno ma spalmate su due giorni, cosa che per me è molto più accettabile rispetto ad un periodo di digiuno che va dal mattino di un giorno a quello del giorno successivo.

Un rituale che mi aiuta molto a vivere questo momento con naturalezza e senza senso di sacrificio (e che amo immensamente a prescindere dal digiuno) è fare un bagno caldo al posto della cena. Lo vivo un po’ come un regalo che offro a me stessa per compensare una piccola rinuncia che sto facendo. Oltre a questo aspetto psicologico, perché il bagno caldo può aiutare? Ciò che succede è che il corpo immerso nell’acqua calda si distende, si mette in modalità “riposo” e non cerca cibo. Lo stimolo della fame si spegne, almeno questo è quello che io sperimento ogni volta. Altre persone si trovano meglio procedendo in modo opposto: cenano e poi non mangiano più nulla fino alla cena del giorno successivo, che può essere più abbondante del solito. Personalmente non mi si addice questa soluzione perché coricandomi a stomaco troppo pieno non riesco a riposare bene, ma non per tutti è così. Ancora una volta si tratta di essere all’ascolto di se stessi e di riuscire ad adattare in funzione degli impegni della propria vita. Tra l’altro, non si deve dimenticare che non è necessario stare un giorno intero senza cibo; anche semplicemente saltare un pasto ogni tanto rappresenta un mini-digiuno e nel tempo può portare dei benefici alla nostra salute se lo sentiamo adeguato.

Qualcuno forse si chiederà: “Ma perché digiunare?”. Lo scopo principale è dare un periodo di riposo all’apparato digerente. Oggi si mangia in genere dalle 3 alle 5 volte al giorno (almeno nella società occidentale, altrove purtroppo non è così), mediamente si introducono molte più calorie rispetto al dispendio energetico quotidiano, si tende a mescolare troppi alimenti in uno stesso pasto, si cuoce troppo a lungo a temperature elevate, insomma più o meno consapevolmente si mettono a dura prova la resistenza e la funzionalità dell’apparato digerente senza lasciargli sufficiente tempo per completare la digestione tra un pasto e quello successivo. Ciò significa che il corpo è continuamente impegnato a digerire e a cercare di compensare abitudini alimentari sbagliate, che costituiscono delle vere e proprie aggressioni se sono ripetute nel tempo, indebolendo non solo la nostra capacità digestiva ma anche il sistema immunitario, il sistema ormonale e quello nervoso. Tutta l’energia spesa in questo barcamenarsi alla bene meglio tra eccessiva sollecitazione e continue richieste è sottratta ad altre funzioni altrettanto importanti: eliminazione, movimento, concentrazione, auto guarigione, tanto per fare alcuni esempi. Nel momento in cui si mette a riposo il tratto digerente, il corpo può finalmente dedicarsi a compiere queste e altre attività, iniziando prima di tutto a fare un po’ di ordine e di pulizia, a ristabilire un equilibrio laddove è venuto meno, a curare ciò che ha bisogno di attenzione e deve essere guarito. Spesso si pensa di dovere aggiungere qualcosa per stare meglio, un alimento, un super alimento, un integratore, una vitamina, un farmaco… invece a volte basterebbe fare meno, aspettare e rimanere ad osservare.

Come ci si sente quando si esce da un periodo di digiuno? Si è perso peso? Si ha più fame? Può succedere ma non è necessariamente così, dipende dalle persone e dalle circostanze. Per me, per esempio, varia a seconda delle volte. Mangio in funzione della fame che ho. Se ho fame più del solito, mangio a sazietà. Il punto non è digiunare per dimagrire ma per fare riposare l’organismo. Nel caso di un digiuno intermittente le variazioni di peso sono minime, almeno nell’immediato, ma nel lungo periodo può accadere che il corpo ritrovi naturalmente il suo equilibrio e quindi il suo peso forma (ne perde o ne prende in base alle sue necessità). Le cose funzionano in modo diverso in un digiuno prolungato. Un aspetto che apprezzo moltissimo del digiuno è il piacere di riscoprire il vero senso della fame, quello che difficilmente sento facendo più pasti al giorno. Mangiare quando lo stomaco è completamente vuoto ha un altro sapore.

Il digiuno sta suscitando un crescente interesse anche in ambito scientifico. Diversi studi svolti su animali in laboratorio sembrano indicare che l’alternanza tra periodi di restrizione calorica e altri di normale alimentazione potrebbero allungare la speranza di vita e ridurre il rischio di ammalarsi. I benefici sembrano essere maggiori rispetto ad una riduzione calorica meno drastica del completo digiuno ma costante. In altre parole, sembra che sia meglio digiunare e poi riprendere a mangiare normalmente secondo il proprio fabbisogno calorico anziché ridurre costantemente le calorie, per esempio del 25%. Tuttavia, è importante tenere presente che questi studi sono stati condotti su animali in laboratorio e quindi non si conosce ad oggi quale sia la risposta nell’essere umano, soprattutto a lungo termine. È ovvio, inoltre, che la speranza di vita e il rischio di malattia dipendono da numerosi altri fattori concomitanti. Certo è che il digiuno induce una serie di processi metabolici tra cui l’autofagia, ovvero l’autolisi di cellule disfunzionali e materiale di scarto, che vengono eliminati prima di attaccare i tessuti sani. È un processo di pulizia “intelligente”, che in certe circostanze può rivelarsi molto prezioso. È probabilmente una delle ragioni per cui da tempo immemorabile ne sono stati apprezzati i benefici (lo sosteneva già Ippocrate per esempio, considerato il padre della medicina moderna).

Nonostante un digiuno breve (o intermittente) sia praticabile da chiunque abbia abbastanza forza e si trovi in buone condizioni di salute, non dovrebbe essere preso con leggerezza né lo si dovrebbe considerare, secondo me, la panacea di tutti i mali. È sempre bene chiedere chiedere prima consiglio al proprio medico o terapeuta di fiducia. Ognuno di noi ha una costituzione con caratteristiche diverse, pertanto il parere di un esperto può aiutare a trovare la modalità più adatta alla propria persona. Come lo stile alimentare andrebbe pensato su misura individuale, così si dovrebbe personalizzare il digiuno, qualora si decida di farlo, tenendo in considerazione la vitalità, il carattere, le ragioni per cui una persona vuole fare questa esperienza e il suo stile di vita in generale. Questo è ancora più importante, direi indispensabile, se una persona ha problemi di salute e se assume farmaci. Inoltre, tanto più è lungo il periodo di digiuno tanto più deve essere preparato e seguito con cautela. Oltre all’aspetto fisico è fondamentale l’atteggiamento psicologico con cui lo si vive. Se viene percepito come un’imposizione o se lo si adotta perché sta diventando la moda salutistica del momento, difficilmente si potranno ottenere e apprezzare tutti i benefici che può portare e potrà addirittura rivelarsi più di danno che di utilità.